
"Marchesi Marchetta
I Marchesi Marchetta non erano mai stati una semplice squadra di Blood Bowl.
Erano un’idea.
Un’idea folle, rumorosa, luccicante: trasformare il campo da gioco nel più grande cartellone pubblicitario dell’Alto Kassinum.
Quando Elon Mice ne aveva preso il controllo, aveva capito subito il potenziale. Ogni giocatore non doveva essere solo efficace, ma riconoscibile. Memorabile. Vendibile.
Così nacque la squadra più sponsorizzata della storia.
In prima linea c’era Nino D’Adidas, l’ogre. Un colosso che pretendeva armature, scarponi e fasciature rigorosamente griffate. Si dice che una volta avesse rifiutato di entrare in campo perché il logo sulle ginocchiere era leggermente scolorito. Nessuno osò contraddirlo.
A proteggerlo c’erano i bodyguard:
Sergio Tacchino, massiccio e impeccabile, sponsor dei prodotti più disparati: dalle mutande agli ombrelli.
Enrico Poveri, sempre in posa drammatica, testimonial involontario di prodotti “per chi parte da zero”.
Giorgio Armadi, che cambiava uniforme a ogni partita, sostenendo che “l’ordine è potere”.
e Dolce Gabbani, elegante persino mentre fracassava clavicole, convinto che lo stile fosse una forma di intimidazione.
Poi c’erano i volti da copertina.
Joshua Panthène, blitzer dai capelli eternamente perfetti, che dopo ogni touchdown mimava il gesto di lavarsi la chioma, mentre gli spalti esplodevano in cori pubblicitari.
Accanto a lui correva Mickey Nike, incarnazione vivente dello slogan “Just Blitz It”.
Nelle retrovie, a lanciare palloni come fossero spot televisivi, Balilla Barilla scandiva i tempi dell’attacco con la precisione di una ricetta collaudata.
E sulla linea di scrimmage, immobili come cartelloni affissi al terreno, stavano i lineman:
Johnny Supreme, Isidoro Marlboro e Piero Peroni, tre uomini, tre marchi, un solo compito: resistere abbastanza a lungo da farsi notare.
Elon Mice adorava tutto questo.
Per lui i Marchesi Marchetta erano il simbolo perfetto del suo impero: talento, eccesso, consumo. Ogni contratto era una clausola, ogni maglia un accordo commerciale, ogni giocatore un brand ambulante. La squadra vinceva, certo, ma soprattutto fatturava. E finché Elon fu vivo, il flusso di oro non si interruppe mai.
Poi Elon morì.
E il sistema iniziò a collassare.
I contratti si bloccarono, i brand iniziarono a tirarsi indietro, le forniture arrivavano in ritardo. Si racconta che Mickey Nike abbia giocato una partita intera con scarponi della stagione precedente, e che Piero Peroni fosse costretto a bere… acqua.
Era chiaro che qualcosa si era spezzato.
Quando Elon Mice tornò dalla morte, nessuno si stupì che avesse già deciso cosa fare dei Marchesi.
Durante la conferenza, mentre la folla urlava il nome di Luigi Fleone, Elon sorrise e parlò di perdono, di mercato, di nuovi inizi.
Poche ore dopo, con un atto tanto simbolico quanto spietato, la proprietà dei Marchesi Marchetta passò a Luigi Fleone.
Luigi si ritrovò una squadra coperta di loghi, slogan e contratti assurdi, ma senza più una direzione. E invece di cancellare tutto, fece l’unica cosa possibile: abbracciò l’eccesso.
Sotto di lui, le marchette non sparirono. Diventarono una dichiarazione politica. Una presa in giro. Un’esagerazione consapevole.
I Marchesi non erano più il giocattolo di un magnate.
Erano una parodia vivente del sistema che li aveva creati.
E mentre Elon Mice si ritirava nella Silvagna a finanziare non morti e dinastie eterne, i Marchesi Marchetta continuavano a scendere in campo come sempre: carichi di sponsor, slogan cuciti addosso, brand urlati a ogni touchdown.
Solo che ora, dietro quei loghi,
c’era un uomo che aveva sfidato il sistema…
e ne aveva ereditato la squadra."
- Presentazione del Gennaio 2025, ma la squadra esiste dal 2023
Inno di Squadra: Non Presentato
Palmarès: - Vincitrice della Tzeenchmas Cup 2023.